
Negli antichi papiri egizi, si possono individuare le prime forme di dati: descrizioni di interventi di chirurgia, che indicavano anamnesi, diagnosi e terapia chirurgica dei pazienti, o previsioni sui raccolti di grano in relazione al livello di piena delle acque del Nilo.
Il primo esempio di ricerca scientifica furono però i Diari astronomici babilonesi, delle tavolette cuneiformi che servivano a confrontare gli eventi celesti e terrestri della Mesopotamia.
Con i primi pensatori greci, come Talete e Aristotele, vi fu poi la comparsa di un pensiero basato sull’uso della ragione e dell’argomentazione dei dati tramite la logica formale e il processo deduttivo.
Ma è nel 1600, con Galileo Galilei, che vi fu la vera e propria nascita del metodo scientifico, basato sull’analisi e osservazione dei dati empirici.
Un contributo fondamentale fu dato in seguito da Kant, sul finire del Settecento: il dato è l'essere presente dell'oggetto all'intuizione sensibile, per cui dare un oggetto è riferire la sua rappresentazione a un'esperienza reale o possibile, in cui il legame con la sensibilità è essenziale.
Il filosofo si riferiva al dato come un materiale primitivo e non ancora elaborato dalla mente umana e limitava quindi la conoscenza all’esperienza.
Bisogna convergere un elemento spontaneo-intellettuale con un elemento passivo-sensibile.
Da Husserl invece il dato è considerato come punto d'arrivo della ricerca, come ciò che si manifesta solo quando tutti i pregiudizi e le sovrapposizioni sono stati completamente accantonati, e solo ciò che è essenziale si mostra alla coscienza.
Oggi, con l’avvento dell’informatica e delle nuove tecnologie, il termine “data” (traduzione nella lingua inglese) viene usato sempre di più anche per parlare di valori numerici in bit e quantità di internet.
Ci vengono forniti dei dati in ogni ambito della nostra vita e ne siamo (circon)dati.
Resta a noi scoprire se sono veritieri e cercare di analizzarli per arrivare ad una soluzione e risolvere i problemi quotidiani.
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